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    Proprio ai limiti della città il deserto rappresentava per me una rottura salvatrice. Rispondeva a un bisogno del corpo e dello spirito e mi ci inoltravo con desideri del tutto contrastanti: perdermi, un giorno, per ritrovarmi. Il posto che ha il deserto nei miei libri non è dunque una semplice metafora.

    Per Edmond Jabès, ebreo e scrittore (come lui stesso amava dire), cresciuto in un paese arabo, di nazionalità italiana, e di madre lingua francese, antifascista, costretto poi all’esilio in Francia, l’essere straniero e l’inquietudine dell’ospitalità sono un destino, un cammino. Il deserto è per lui uno spazio senza tempo, vuoto, immenso. Luogo della presenza dell’assenza. Di una parola stregata dal silenzio che la abita. Il desiderio di un Libro assoluto e impossibile precede il mondo. Come se in un curioso rovesciamento la scrittura venisse prima dell’oralità. «Il mondo esiste perché il libro esiste». «Il nome ci precede», e ancora «è la nominazione che ho tentato di ritrovare».

    L’esilio, l’erranza talmudica, l’interrogazione che ogni libro di Jabès suscita in noi, riaffiorano in questa intervista che «non è né solo scritta né solo orale», con Marcel Cohen. I temi di Jabès compaiono qui, come figure che si avvicinano al lettore dai margini bianchi della pagina. Non si può scrivere su Jabès, ma per e con Jabès. È da questo chemin des sources che il poeta proviene. «Dove il rischio è assente, non può esserci scrittura».

    Questo grande poeta sembra guidarci, prendendoci per mano, con la sua voce dolce e i suoi occhi chiari, là dove «è il linguaggio, soltanto, a dare l’esistenza». Quel luogo deserto dove: «lo scrittore scrivendo non è diventato singolo. È diventato anonimo».

    Edmond Jabès

    14.00
    Editore : Edizioni degli animali
    Autore : Edmond Jabès
    Anno : 2021